domenica 4 gennaio 2015

SENSAZIONI FISICHE ED EMOZIONI

Espressioni come "ho il cuore spezzato" o "sento un brivido lungo la schiena" potrebbero avere un significato letterale, poiché le nostre emozioni si riflettono sul nostro corpo, e in aree ben specifiche a seconda dell'emozione. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori finlandesi dell'Università di Tampere e della Aalto University, che sono riusciti addirittura a realizzare una mappa delle associazioni fra le parti del corpo e le emozioni collegate: scoprendo inoltre che la mappa è universale, ossia indipendente dalla cultura di appartenenza.

Numerosi studi hanno dimostrato che dal punto di vista biologico i meccanismi emozionali servono a preparare l'organismo ad affrontare le sfide incontrate nell'ambiente regolando l'attivazione differenziale del sistema nervoso cardiovascolare, muscolo-scheletrico, neuroendocrina, e autonomo. Secondo i principali modelli neuroscientifici, la presa di coscienza di questi stati emotivi sarebbe innescata proprio dalla percezione dei relativi stati corporei, in modo da permettere una risposta più adeguata  al problema posto dall'ambiente. 

Tuttavia, era ancora in dubbio se i cambiamenti corporei associati alle varie emozioni fossero sufficientemente specifici da spiegare le distinte sensazioni che le contraddistinguono. Inoltre, non era chiaro quale fosse la distribuzione topografica delle sensazioni fisiche legate alle diverse emozioni. 

Una mappa delle sensazioni fisiche associate alle emozioni
L'albero della "parentela" fra le diverse emozioni costruito sulla base della comunanza fra le aree attivate. (Cortesia L. Nummenmaa et al./PNAS)
A risolvere la questione è giunto ora lo studio condotto da Lauri Nummenmaa e colleghi – che firmano un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” - nel quale hanno preso in esame 701 soggetti, in parte di cultura occidentale e in parte di cultura cinese, ai quali sono stati proposti racconti, filmati, espressioni facciali, parole emotivamente significative, chiedendo loro di indicare su due sagome di un corpo umano quali parti percepivano come più attivate e meno attivate del normale quando veniva loro presentato uno stimolo emotivo.

Le sensazioni agli arti superiori sono così risultate più importanti nelle emozioni orientate all'approccio (in senso positivo e negativo), come rabbia e felicità, mentre una sensazione di ridotta attività agli arti è una caratteristica distintiva della tristezza. Le sensazioni che coinvolgono il sistema digestivo e la regione della gola sono state trovate particolarmente marcate nel disgusto. A differenza di tutte le altre emozioni, che sono collegate a regioni specifiche, la felicità èinvece risultata associata a un miglioramento delle sensazioni in tutto il corpo.

Inoltre, le emozioni complesse (ansia, amore, depressione, disprezzo, orgoglio, vergogna, invidia) hanno mostrato una correlazione alle sensazioni corporee più debole rispetto alle cosiddette emozioni promarie (rabbia, paura, disgusto, felicità, tristezza e sorpresa), con l'eccezione di ansia e depressione, che mostravano una strettissima somiglianza con gli stati emotivi primari rispettivamente di paura e tristezza. 

Una mappa delle sensazioni fisiche associate alle emozioni
In giallo e rosso le aree percepite come più attive e in blu quelle percepite come meno attive mentre si sperimentano le diverse emozioni. (Cortesia L. Nummenmaa et al./PNAS)
Anche se alcune parti del corpo sono risultate quasi sempre coinvolte – in particolare la testa, quasi sempre più attivata del normale, sia pure in varia misura - dall'analisi complessiva delle risposte è apparso che alle diverse emozioni corrispondevano mappe corporee statisticamente ben distinguibili, che le aree coinvolte corrispondono bene ai più importanti cambiamenti fisiologici associati alle diverse emozioni, e che le mappe erano sostanzialmente la stesse sia nelle persone di cultura occidentale sia in quelle di cultura orientale.

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LA VITA SU MARTE

L'eccitazione per il recente annuncio che il rover Curiosity ha rilevato un “picco” di metano atmosferico localizzato - e durato per un paio di mesi - è perfettamente giustificata. E' infatti possibile che si tratti di un autentico indizio di vita passata o presente su Marte. O meglio, di vita all'interno di Marte.

La grande maggioranza di metano che troviamo sulla Terra (sia in aria sia in giacimenti sotterranei) è di origine biologica, chiaramente indicata dalla preferenza dei sistemi biologici per gli isotopi leggeri, per esempio per il carbonio-12 rispetto al carbonio-13. Questo metano è prodotto per metanogenesi, un processo metabolico che sembra essere limitato ai membri del dominio di organismi unicellulari chiamato Archaea.

Marte, l'acqua antica, l'idrogeno delle profondità e la vita
Un "selfie" di Curiosity ottenuto montando diverse foto fatte dal rover a se stesso. (NASA/JPL-Caltech/MSSS)
C'è più di una via chimica per la produzione del metano, ma il più ovvio è la combinazione di anidride carbonica con idrogeno molecolare, ed è proprio questa la reazione sfruttata da un gran numero di Archea metanogeni. L'idrogeno molecolare è una potente fonte di energia chimica, e anche altri organismi, come i batteri solforiduttori, lo utilizzano. Ma dove trovano l'idrogeno?

Una fonte è la compresenza di roccia e acqua. La radioattività che proviene dalle rocce che contengono uranio può scindere le molecole di acqua (processo di radiolisi), e il successivo processo geochimico di serpentinizzazione [processo geologico che in presenza di calore e acqua altera e trasforma alcuni tipi di rocce, NdR] crea in abbondanza anche idrogeno molecolare. I sistemi idrotermali attivi sui fondali oceanici, le cosiddette fumarole nere, sono un ambiente in cui l'idrogeno viene costantemente prodotto, e dove gli organismi metanogeni prosperano. 

E per quanto riguarda le profondità dei continenti, le parti più antiche della litosfera?

Le recenti scoperte in miniere sudafricane e canadesi di sacche isolate di acqua fortemente salina a straordinarie profondità – fra 1 e 2 chilometri - hanno rivelato che questi bacini hanno un'età che va dalle decine di milioni ai miliardi di anni; il record attuale è di un bacino formatosi tra 1,5 e 2,6 miliardi di anni fa. 

__img3__Luoghi come questi sono, in termini relativi, ricchi di energia chimica che la vita può sfruttare, e lo fa. Ma estrapolare da un produzione locale di idrogeno molecolare in quei bacini una produzione planetaria non era certo qualcosa per cui esaltarsi.

Un nuovo studio condotto da Lollar, Onstott, Lacrampe-Couloumé, e Ballentine e pubblicato su “Nature”, suggerisce che le zone continentali profonde (cinque chilometri) potrebbero effettivamente essere un'importante fonte di idrogeno. In particolare, la parte più antica del sottosuolo continentale risalente al Precambriano (roccia di età superiore ai 540 milioni di anni circa), potrebbe generare l'idrogeno molecolare a una velocità dalle 40 alle 250 volte maggiore di quanto si pensasse: si tratta di una produzione pari a quella associata alla litosfera marina, che è molto più giovane. Questo materiale precambriano è presente nel 70 per cento circa della superficie continentale della Terra, e potrebbe contenere più acqua di tutti i fiumi, paludi e laghi presenti in superficie.

La conclusione è che la produzione mondiale di idrogeno molecolare va rivista al rialzo e – punto critico - almeno la metà di essa proviene dall'antico e profondo sottosuolo continentale, che non appare arido e inerte ma decisamente vitale.

Il collegamento fra queste scoperte e il metano su Marte è forse, oggi, una forzatura. Ma non è irragionevole supporre che l'antico sottosuolo marziano possa somigliare all'ambiente terrestre sotterraneo di origine precambriana, dove acque indisturbate si estendono in profonde fratture, e c'è un'autentica produzione di idrogeno molecolare. 

Se vita c'è stata o c'è, deve sicuramente aver sfruttato una fonte di energia di questo tipo, e i suoi prodotti potrebbero aver trovato la strada fino alla superficie.

Se il tempo, le riserve di energia e la fortuna consentiranno a Curiosity di trovare e analizzare un altro picco di metano e i suoi rapporti isotopici, potremmo fare una valutazione critica della sua eventuale origine biochimica, disponendo di una pronta spiegazione grazie alle profondità del nostro pianeta. 

Su una scala molto più grande, è importante anche l'idea di una “abitabilità” puramente geofisica di esopianeti lontani, di biosfere controllate unicamente dal funzionamento interno di un mondo senza vita di superficie. Può essere un atto di estrema presunzione pensare che la biosfera visibile all'esterno della Terra sia un modello per la maggior parte della vita nell'universo.

Riuscire a immaginare quali possano essere le “firme” identificabili di una vita cavernicola che proviene dal profondo potrebbe indurci a prendere in considerazione mondi che altrimenti saremmo portati a ignorare. E lo stesso si dica per una migliore comprensione della generazione dell'idrogeno molecolare nella crosta planetaria, dove gli ingredienti originali di un mondo - dalla miscela di elementi alla disponibilità di nuclei radioattivi - sono ancor più legati ai ritmi cosmici della vita e della morte delle stelle.

Le tracce di metano su Marte e l'idrogeno delle profondità della Terra possono sembrare indizi tenui e indiretti, ma le loro implicazioni potrebbero essere enormi. 

Caleb Scharf è il direttore del Centro multidisciplinare di astrobiologia della Columbia University. Ha lavorato nel campo della cosmologia osservativa, dell'astronomia in raggi X e, più recentemente, dei pianeti extrasolari. E' autore di diversi libri di divulgazione, fra cui I motori della gravità. L'altra faccia dei buchi neri (Codice, Torino 2013).

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L'IPPOCAMPO

L'ippocampo è una formazione nervosa situata sul margine inferiore dei ventricoli laterali , sopra il cervelletto . L'ippocampo fa parte del sistema limbico che è la zona del cervello deputata a gestire le emozioni.
Oltre all'ippocampo, appartengono al sistema limbico la circonvoluzione che lo ricopre (circonvoluzione para-ippocampale) , la circonvoluzione del cingolo al di sopra del cosiddetto corpo calloso e il fornice.
Tutte le componenti del sistema limbico (strettamente collegate all'ipotalamo ) regolano i comportamenti relativi ai bisogni primari per la sopravvivenza dell'individuo e della specie: il mangiare, il bere, il procurarsi cibo e le relazioni sessuali nonché, per una specie evoluta come l'uomo, l'interpretazioni dei segnali provenienti dagli altri e dall'ambiente.
Questa zona del cervello gestisce le emozioni, i sentimenti e perciò anche la nostra percezione della realtà.
Poiché l'ippocampo si occupa della funzione di selezionare le informazioni da trasferire nella memoria secondaria, ne deriva che l'apprendimento e l'oblio sono notevolmente influenzate dalle emozioni positive e negative.
Se si prova disgusto per una materia, la possibilità di apprenderla è scarsa.
Un apprendimento di base positivo (apprendimento giocoso) stimola il ritmo di trasferimento nella memoria secondaria, al contrario un atteggiamento negativo rende più difficile l'apprendimento.
Un atteggiamento positivo può nascere spontaneamente, ma può essere notevolmente incrementato stimolando la motivazione, anche l'auto-motivazione.
Come le informazioni vengono immagazzinate nell'encefalo
Si è constatato che se parti dell'encefalo vengono distrutte da un ictus, non vengono cancellate informazioni specifiche memorizzate. Non esistono cioè delle zone dove vengono memorizzati singoli dati, come in un disco fisso di un computer.
Ogni informazione è ripartita attraverso un intero complesso di cellule della memoria.Se si richiama alla memoria un dato è sufficiente presentare una piccola parte del modello (una associazione) e l'intero modello viene ricostruito.
Se diverse associazioni vengono usate per modelli simili si possono creare confusioni.
L'encefalo, in conclusione, non memorizza i dati come fossero una fotografia, ma attraverso associazioni, con un procedimento simile all'ologramma, ed è possibile, anche quando non tutti i dati vengono richiamati, ottenere comunque un'immagine intera, anche se sfocata.
Memoria a breve termine e a lungo termine 
Ci sono due meccanismi di immagazzinamento delle informazioni, uno per la memoria a breve termine (MBT) e uno per la memoria a lungo termine (MLT ). 
Nelle memoria temporanea (a breve termine) si verifica un rapido deterioramento delle informazioni, mentre la memoria a lungo termine conserva le informazioni in modo sostanzialmente stabile. 
L'informazione che arriva alla MBT, se non è oggetto di attenzione, comincia subito a cancellarsi anche se, mediante una ripetizione, può essere restaurata. 
La capacità della memoria a breve termine è quindi limitata: se un'informazione non viene ripetuta con sufficiente frequenza, scompare. Il complesso dei dati presenti in ogni istante nella memoria a breve termine viene detto cuscinetto di ripetizione . L'informazione viene conservata nel cuscinetto finché non è trasferita nella memoria a lungo termine o finché non è rimpiazzata da una nuova. 
La memoria a lungo termine si considera essere virtualmente illimitata, ma la riattivazione di un'informazione può essere impedita dall'incompletezza delle associazioni necessarie alla sua identificazione.
L'oblio
La rievocazione immediata di un'informazione può mancare perché non è stata trasmessa alla memoria a lungo termine. La rievocazione di un'informazione della memoria a lungo termine può mancare perché non ci sono sufficienti legami per metterli a fuoco.
Questa teoria spiega anche perché taluni ricordi appaiono rimossi: tali ricordi sono inaccessibili perché la loro presenza sarebbe inaccettabile per il soggetto a causa dell'ansia o dei sentimenti di colpa che potrebbero attivare . Non sono perciò scomparsi, ma il subconscio evita che le associazioni necessarie si formino.
Gli individui colpiti da amnesia non dimenticano tutto, solo degli elementi personali. Ciò avviene spesso per un trauma emotivo al quale l'amnesia permette di sfuggire. Spesso poi parte di tali ricordi riaffiora quando vengono evocati dalle giuste associazioni.
Consigli pratici
Essendo l'ippocampo deputato alla filtrazione dei stimoli da trasferire alla memoria, bisogna cercare di associare alle nozioni che si vogliono ricordare delle emozioni positive. Bisogna cercare di trovare, anche in una materia apparentemente ostica, dei motivi di interesse sia diretti, sia indiretti (per esempio dei vantaggi che tale conoscenza potrebbe fornire). Bisogna cercare motivazioni positive e, se non ci sono, crearsele con l'automotivazione. In questa fase di automotivazione si devono utilizzare tutte le tecniche di convincimento e di comunicazione di cui si dispone. Può durare anche a lungo, ma i risultati sono sorprendenti.
Se si intraprende un nuovo corso di studi, se si decide di imparare una lingua bisogna prima essere realmente convinti che la materia ci interessa e cercare di stimolare tale interesse al massimo, apprezzandone tutti gli aspetti positivi, anche marginali o indiretti. Questo processo può richiedere molto tempo e può avvenire in contemporanea allo studio.
Per migliorare l'apprendimento di una singola nozione, tenendo conto dei meccanismi citati, conviene ripeterla più volte e creare più associazioni possibile. In tal modo sarà certamente più facile richiamarla. Per un nome si possono creare associazioni tra una parte di esso e nozioni a noi note, per un numero, ad esempio una data, delle associazioni con altri numeri o semplicemente delle associazioni interne al numero stesso.

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CIO' CHE ACCADE ALL'INTERNO DEL SOLE

Una migliore comprensione dei fenomeni di trasmissione del calore all'interno del Sole: è questo il risultato di un nuovo studio sperimentale illustrato sulla rivista “Nature” da James Bailey dei Sandia National Laboratories ad Albuquerque, nel Nuovo Messico, e colleghi di una collaborazione internazionale.

Nel nucleo del Sole si verificano i processi di fusione nucleare, in cui i nuclei di idrogeno vengono fusi, producendo nuclei di elio e liberando un'enorme quantità di energia: si stima che nel nucleo la temperatura raggiunga i 15 milioni di gradi.

I meccanismi con cui questa elevatissima temperatura si propaga verso gli strati più esterni in forma di radiazione elettromagnetica sono estremamente complessi, ma già negli anni venti del Novecento l'astrofisico Arthur Eddington chiarì che essi sono dominati dai fenomeni di assorbimento da parte degli ioni più pesanti dell'idrogeno e dell'elio, ovvero ossigeno, calcio, magnesio, carbonio, azoto e ferro. Queste impurità, in sostanza, pur costituendo solo l'1,6 per cento della materia solare sono in gran parte responsabili dell'“opacità” degli strati solari alla radiazione.

Finora non è mai stato possibile condurre in laboratorio misurazioni dell'opacità alla radiazione di questi elementi nelle condizioni presenti nel Sole, e ciò ha determinato un notevole margine d'incertezza nei modelli stellari, soprattutto per quanto riguarda l'abbondanza di carbonio, azoto e ossigeno, che recenti studi condotti con metodi spettroscopici hanno ridotto del 30-50 per cento rispetto alle precedenti stime.

Un modello accurato dell'interno del Sole
I nuovi dati sull'opacità del ferro negli strati interni del Sole rendono conto del 50 per cento dell'aumento complessivo dell'opacità che occorre perché vi sia accordo tra modelli stellari e dati sperimentali (Cortesia NASA)
Tenendo conto di questi nuovi valori, si evidenzia una discrepanza con le stime della densità degli strati più interni del Sole, ottenute da studi di eliosismologia, basati cioè sulla trasmissione delle onde acustiche attraverso gli stessi strati.

La discrepanza, tuttavia, potrebbe essere risolta se l'opacità media dell'interno del Sole fosse superiore del 15 per cento rispetto ai valori attualmente accettati: tale incremento nella resistenza incontrata dalla radiazione ad attraversare la materia solare infatti compenserebbe la diminuzione dell'abbondanza degli elementi in questione.

Nello studio, Bailey e colleghi hanno irradiato per 10 nanosecondi un film di ferro magnesio,  la temperatura elettronica a circa 2 milioni di gradi kelvin, e la densità degli elettroni a circa 10.000 miliardi di miliardi per centimetro cubo, ricreando in un volume ridottissimo le condizioni che sono presenti all'interno del Sole, al confine tra la zona radiativa, più interna, e quella convettiva, più esterna.

A seconda dei parametri sperimentali utilizzati, l'opacità del ferro risultava più alta rispetto alle previsioni in una percentuale variabile tra il 30 e il 400 per cento, rendendo conto di almeno la metà delle correzioni richieste per ristabilire l'accordo tra previsioni teoriche e osservazioni sperimentali. Il risultato consente così un deciso passo in avanti nell'elaborazione di modelli stellari sempre più accurati.

http://www.lescienze.it/news/2015/01/02/news/interno_sole_ferro_propagazione_onde_elettromagnetiche_calore-2429194/

NOVITA' SUL GENOMA

Gli scienziati che studiano le malattie ereditarie complesse spesso sono vittime del cosiddetto "effetto lampione". Il termine si riferisce a una vecchia barzelletta su un ubriaco che cerca sotto un lampione le chiavi perse. Un poliziotto gli chiede: "Sei sicuro che è questo il posto dove le hai perse?" L'ubriaco risponde: "No, le ho perse nel parco, ma qui c'è più luce".

Per i ricercatori che studiano le radici genetiche delle malattie umane, la maggior parte della luce brilla in quel due per cento del genoma umano che include le sequenze di DNA che codificano per proteine. "E' vero, molte malattie sono causate da mutazioni verificatesi in quelle determinate sequenze, ma queste mutazioni sono solo i frutti più facili da raggiungere", dice Brendan Frey dell'Università di Toronto, che studia le reti di geni. "Sono facili da trovare perché la mutazione cambia effettivamente un amminoacido in un altro, e questo a sua volta modifica notevolmente la proteina."

Il problema è che molte mutazioni correlate a qualche malattia avvengono anche nelle regioni non codificanti del genoma, le parti che non producono direttamente le proteine ma che regolano il comportamento dei geni. Gli scienziati sono da tempo consapevoli di quanto sarebbe importante analizzare l'altro 98 per cento del genoma, ma finora non si è trovato un modo pratico per farlo.

Ora Frey ha sviluppato un algoritmo informatico di “apprendimento profondo” che fa un po' di luce sull'intero genoma. Un articolo pubblicato su “Science” di recente descrive come questo algoritmo sia in grado di identificare schemi di mutazione nel DNA codificante e in quello non codificante. L'algoritmo può anche prevedere la probabilità per cui ogni variante contribuisca a una certa malattia. "Il nostro metodo funziona in modo molto diverso dai metodi esistenti", dice Frey, autore principale dello studio. "Gli approcci di tipo GWAS, QTL ed ENCODE non restituiscono relazioni causali. Possono solo stabilire correlazioni. Il nostro sistema prevede se una mutazione provocherà o meno un cambiamento nello splicing dell'RNA [ossia una modificazione nel processo di formazione dell'RNA messaggero che trasporta le istruzioni genetiche ai ribosomi per la produzione effettiva delle proteine. NdR] che potrebbe portare a un fenotipo patologico."

Indizi su malattie negli angoli bui del nostro DNA
I ricercatori hanno usato tecniche computazionali di “apprendimento profondo” per creare un sistema che simula il processo di splicing nella cellula (sinistra). Caratteristiche come schemi, strutture secondarie dell'RNA e posizioni dei nucleosomi sono determinate dall'algoritmo a partire dalla sequenza del DNA (destra). Le combinazioni di queste caratteristiche portano a modelli complessi, poi analizzati per prevedere dove avverrà lo splicing. L'effetto di una mutazione è valutato applicando il sistema alla sequenza corretta e a quella mutata con una procedura che permette di identificare le mutazioni che hanno maggiori probabilità di essere collegate a una certa malattia. (Cortesia  Graham Johnson e Andrew Delong)
Lo splicing dell'RNA è uno dei passi più importanti della trasformazione di istruzioni genetiche in organismi viventi. Lo splicing determina quali parti di codice del DNA vengano incluse nelle stringhe di RNA messaggero necessarie a produrre proteine. Configurazioni diverse producono proteine differenti. Una cattiva regolazione dello splicing contribuisce allo sviluppo del 15-60 per cento circa delle malattie genetiche umane.

Frey, un ingegnere informatico che ha un incarico al Dipartimento di ricerca medica dell'università, ha addestrato il suo algoritmo con milioni di dati: sequenze di DNA, variazioni genetiche e modelli di splicing dell'RNA. L'algoritmo è stato poi in grado di estrapolare la probabilità che una delle decine di migliaia di mutazioni possa causare un errore di splicing associato a una particolare malattia.

Il gruppo di ricerca ha testato il metodo sull'atrofia muscolare spinale e sul cancro colorettale non poliposico. Frey dice che l'obiettivo "più ambizioso" era lo studio del disturbo dello spettro autistico; si conoscono circa 100 geni associati all'autismo. In realtà, molti ricercatori pensano che sia probabile che l'autismo includa molti disturbi, ciascuno derivante da mutazioni uniche che però hanno tutte sintomi comuni.

Lavorando con Stephen Scherer, ricercatore dell'Università di Toronto specializzato nello studio dell'autismo, Frey ha confrontato le mutazioni nel genoma di pazienti con autismo con quelle di un gruppo di controllo. Non è spuntato nulla di insolito. Ma quando Frey e Scherer hanno testato i genomi rispetto alle mutazioni identificate dall'algoritmo di Frey, hanno "visto emergere degli schemi". Secondo Frey, "I bambini con autismo hanno più probabilità di avere queste mutazioni con 'alto punteggio' che cambiano il significato del genoma, e che si pensa siano coinvolte nelle funzioni cerebrali e di sviluppo".

L'analisi dell'algoritmo non solo corrispondeva con le conoscenze esistenti sulla genetica dell'autismo, ma ha anche identificato 17 nuovi geni candidati a essere patogeni. Per ognuna delle tre malattie affrontate nello studio, le previsioni fatte dall'algoritmo erano in linea con i dati esistenti e puntavamo anche verso altre regioni del genoma che i ricercatori potranno ora indagare.

Secondo Stephan Sanders, docente all'Università della California a San Francisco, la combinazione di analisi dell'intero genoma e di modelli predittivi per lo splicing dell'RNA rende il metodo di Frey un importante contributo al campo: "Non vedo l'ora di usare questo strumento su gruppi di dati più grandi e capire a fondo l'importanza dello splicing". Sanders, che studia le cause genetiche delle malattie, osserva che l'approccio di Frey completa, e non sostituisce, altri metodi di analisi genetica. "Penso che qualsiasi genomista [sic] – dice Sanders- sarebbe d'accordo sul fatto che le aree non codificanti del genoma sono estremamente importanti. Questo metodo è un modo davvero nuovo di studiarle.”

Diversi esperti, come del resto gli stessi autori dello studio, avvertono che il percorso per arrivare a nuove terapie partendo da questo tipo di ricerca sarà molto lungo, ma concordano anche sul fatto che il metodo di Frey sia una via importante verso quell'obiettivo. "Il sequenziamento dell'intero genoma è essenziale", afferma Robert Ring, chief science officier di Autism Speaks e già direttore scientifico del gruppo di studio sull'autismo di Pfizer. "Ma dargli un senso è proprio la questione cruciale. Questi ragazzi stanno insegnando alla macchina ad acquisire dati dell'intero genoma e sviluppare nuovi modi per trovare quali cambiamenti genetici potrebbero essere clinicamente significativi. Ovvero dove è più probabile che ci possano essere nuove terapie e diagnosi." 

http://www.lescienze.it/news/2014/12/30/news/algoritmo_dna_non_codificante_mutazioni_malattie-2427388/

IL POTENZIALE NASCOSTO DEL TUO CERVELLO

Il potenziale quantico del tuo cervello

Scopri perché alcune persone riescono nella vita e altre no




Il potenziale quantico del tuo cervello
Riuscire nella vita, non è sempre dovuto alla fortuna, all’intelligenza o alla dedizione: spesso ciò che fa la differenza è la capacità di sfruttare l’intero potenziale nascosto del proprio cervello.


IL POTENZIALE QUANTICO DEL CERVELLO

Fin da quando nasciamo, il nostro cervello accumula programmi mentali:istruzioni che ci dicono cosa fare e pensare in ogni situazione e che, con il tempo, iniziano ad essere eseguite in modo automatico (a livello inconscio). 

Un meccanismo straordinario che ci permette di imparare  e fare sempre più cose.

C’è un solo problema: se nel nostro cervello girassero le istruzioni sbagliate?


I programmi mentali agiscono su 3 livelli

LIVELLO 1: LIVELLO FISICO

Nel 1974 il dott. Clifton Meador disse al paziente Sam Londe che il suo cancro all’esofago era letale.

Sam morì dopo poche settimane ma l’autopsia riservò una sorpresa: il tumore era piccolo e  troppo circoscritto per averlo ucciso.

Il dott. Meador dichiarò. “io pensavo che lui avesse il cancro, lui pensava di avere il cancro. Tutti intorno a lui pensavano avesse il cancro. Forse in qualche modo ho eliminato la speranza“.

Ogni nostro pensiero si trasforma immediatamente in un messaggio biochimico (basti pensare alla paura che genera adrenalina) .

Il problema? Non siamo sempre coscienti dei nostri pensieri e, soprattutto, degli effetti che possono avere sul nostro corpo.

LIVELLO 2: LIVELLO MENTALE

Ti è mai capitato di dire: ecco, lo sapevo che andava così…
La verità non è che lo "sapevi che andava così", è che è "andata così" proprio perché "lo sapevi".

I Programmi Mentali sono auto confermanti: ciò significa che qualsiasi cosa pensi diviene la tua realtà. 

Due amici camminano insieme: uno pensa che il mondo sia un posto amorevole, l’altro che sia pericoloso. Improvvisamente una macchina sbanda e rischia di investirli, solo all’ultimo riescono a schivarla.

Cosa dirà il primo? Questo conferma ciò che penso, il mondo è proprio un posto amorevole, ci siamo salvati per miracolo.

Cosa dirà il secondo? Questo conferma ciò che penso: il mondo è proprio un posto pericoloso, c’è mancato poco che morissimo...

Chi ha ragione dei due? Entrambi hanno ragione… in base ai loro programmi mentali. E a partire da quei programmi mentali scaturiranno decisioni diverse, futuri diversi, destini diversi.

LIVELLO 3: Livelli Sottili 

Il premio Nobel per la Medicina 2008 Luc Montagnier ha da qualche tempo pubblicato uno studio: ha isolato e schermato due provette, una contenente acqua e una contenente dna. 

Quella contenente il dna è stata irradiata in modo che la radiazione emessa arrivasse sulla provetta con l’acqua: meno di 24 ore dopo è apparsa nella provetta dell’acqua il dna presente nell’altra provetta. 

Indirettamente il premio Nobel ha così dimostrato che il dna si può creare dal nulla utilizzando forme di energia. 

La domanda è: se le frequenze possono creare il dna dal nulla, cosa possono fare quelle dei tuoi pensieri sulla tua vita?
www.scienzaeconoscenza.it 


giovedì 1 gennaio 2015

LE STRAGI AMERICANE I: IL 25 APRILE

LE STRAGI DEL 25 APRILE FATTE DAGLI AMERICANI, I "LIBERATORI".

L’Italia si dovrebbe vergognare e primo tra tutti colui che ci rappresenta a livello internazionale per il  festeggiamento del 25 Aprile, considerato giorno della liberazione.
Per tutti coloro che non hanno avuto la possibilità di leggere cosa successe in quella fatidica data, è giunta l’ora che si sappia la verità.
La storia  italiana ufficiale non riporta che gli Americani compirono stragi, soprattutto in Sicilia.
Prima che sbarcassero, i loro soldati avevano ricevuto Soldier’s Guide to Sicily ed il il Sicily Zone Handbook 1943, riservato agli ufficiali, nei quali i Siciliani erano dipinti come semibarbari e arretrati.
 In fondo, venivano ad occupare una terra nemica e allo sbarco gli era stato l’ordine “Uccidi gli Italiani”.
Nella nostra patria queste vicende sono sconosciute, ma negli Stati Uniti se ne discute da molti anni e nelle università nordamericane sono stati tenuti corsi su tali stragi, come quello di Montreal sul tema “Dal massacro di Biscari a Guantanamo. I militari nelle corti marziali sostennero di aver ubbidito ai comandi del generale Patton. La Sicilia nei piani degli Alleati era in codice indicata con umorismo col nome di Horrified (atterrita, sconvolta),  ma era atterrita per le continue stragi sul proprio territorio, iniziate il 10 luglio 1943.
Tra le prime vittime, tutti i componenti della famiglia del podestà  Giuseppe Mangano:  Giuseppe, la moglie Carmela Albani, il figlio Salvatore, il fratello medico Ernesto e la donna di servizio. 
Furono tutti fucilati assieme ad altri venti civili, di cui non si conoscono i nomi. Secondo alcuni, i Mangano furono uccisi perché gli Americani vollero derubarli dei soldi e dei gioielli che gli Italiani portavano con sé, visto che avevano lasciato la loro casa, secondo altre testimonianze, pare che i sodati, appartenenti al secondo battaglione del 505 P.I.R. USA, fossero tutti ubriachi.
Il 13 luglio a Piano Stella, dove vivevano 40 famiglie di agricoltori, a cui Mussolini aveva assegnato case coloniche e lotti, furono assassinati  parecchi di loro, benché non avessero compiuto atti ostili verso i "liberatori",  solo perché sospettati di aver aiutato soldati italiani e tedeschi.
Un altro eccidio di civili avvenne a Canicattì, Agrigento, dove qualcuno andò a riferire agli Americani del saccheggio della fabbrica  di saponi.
 L’ufficiale americano si recò sul luogo e ordinò ai soldati di sparare sulla folla, ma i soldati non si mossero e lui scaricò  tre caricatori sui civili. Molti cercarono di scappare e alcuni forse ci riuscirono. Egli però uccise o ferì la maggioranza dei presenti. Tra i soldati, c’era il padre (d’origine siciliana) di un docente della New York University e del Brooklin College, il professore Joseph S. Salemi, che raccolse la testimonianza del genitore e la presentò in una relazione.  
Salemi Jr accusa il colonnello George Herbert McCaffrey, che, nonostante le stragi,  fece carriera. Divenne prima responsabile per la provincia d’Agrigento, poi capo della Regione Militare d’Occupazione 2, Calabria e Basilicata. Chiuderà la carriera militare partecipando con un alto incarico governativo alla guerra di Corea.
Tanti altri Italiani furono trucidati dai Liberatori, come li chiama il Presidente Napolitano e tutta quella INFAME cultura di sinistra che ha nascosto la realtà agli Italiani e alla storia. 

Chiudo l’articolo con le parole espresse dai soldati americani, interrogati sulle stragi durante i processi in America:  “C’era stato det­to che Patton non voleva prenderli vivi. Sulle navi che ci trasportavano in Sicilia, dagli altoparlanti c’è stato letto il discor­so del generale. “Se si arrendono, quando tu sei a due o trecento metri da loro, non ba­dare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano. Nes­sun prigioniero! E’ finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una di­visione di killer, perché i killer sono immor­tali!”