giovedì 1 gennaio 2015

DONNE RESISTENTI

Donne, la Resistenza "taciuta"
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La Resistenza delle donne e la Toponomastica femminile
di Duccio Pedercini
Quando nel mese di giugno 2012 fui contattato da Maria Pia Ercolini, professoressa di geografia, lei mi segnalò il lavoro che stava svolgendo. In particolare la collaborazione del gruppo da lei creato, Toponomastica femminile, ad una serie di articoli sui municipi di Roma e pubblicati su un periodico. Le segnalai allora che al Parco della Pace nel XX municipio c'era una targa fantasma: il palo di sostegno indicava il cielo azzurro. Quell'ameno viottolo era intitolato a Settimia Spizzichino, unica donna ebrea romana sopravvissuta ad Auschwitz e scomparsa nel 2000. 
Tutti conosciamo la storia del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943, ma tanti, troppi, sembrano essersene scordati. La targa era scomparsa da mesi e perfino l'amministrazione comunale sembrava averla dimenticata, tanto che perfino i parenti di Settimia ne ignoravano l'esistenza. Nessuno conosce il motivo per cui quella targa fu rimossa, se per un gesto di intolleranza politica o razziale, o per un gesto di vandalismo, ma comunque tutti da condannare con determinazione perché figli di disvalori culturali che minano le basi fondamentali della convivenza civile. Fotografai quel palo e inviai la foto alla professoressa Ercolini che la pubblicò nel profilo Facebook del gruppo Toponomastica femminile. Ne nacque un caso civico e giornalistico con dichiarazioni istituzionali. Il 6 e il 7 luglio notizia e foto furono ripresi da molti quotidiani e siti internet e il 16 luglio a Viale Settimia Spizzichino fu riposizionata una nuova targa durante una cerimonia pubblica. In questo modo conobbi Maria Pia Ercolini e il suo incredibile lavoro sulle 'Partigiane in città'. Nel dicembre scorso anche il nuovo cavalcaferrovia a Ostiense è stato intitolato a Settimia Spizzichino.
Quello della Resistenza al femminile, al pari e più di altre realtà di genere, è un argomento difficile, sottaciuto e sottovalutato per decenni. La guerra contro il nazifascismo è stata rappresentata quasi sempre al maschile relegando la donna a ruoli secondari. Eppure oggi possiamo affermare che senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza e che “le donne furono la Resistenza dei resistenti”, come disse Ferruccio Parri, poiché senza loro sarebbe venuta meno l'organizzazione clandestina e senza le 'staffette' la sopravvivenza dei partigiani sarebbe stata più difficile. Erano loro a portare messaggi, medicine, cibo, giornali, armi, esplosivi e i famosi chiodi a tre punte, spesso a prezzo della vita. Fu anche a causa loro che i tedeschi temettero le biciclette e imposero il coprifuoco a Roma durante l'occupazione. Le donne hanno fatto la Resistenza a pieno titolo, hanno partecipato con ruoli attivi, militari, politici, logistici, non ne hanno solo preso parte. Si dice “il contributo delle donne alla Resistenza”, eppure a nessuno verrebbe in mente di dire il “contributo degli uomini”. Dobbiamo opporci alla visione storiografica che cancella le forme di lotta partigiana condotta senza armi. Interpretare la lotta partigiana solo con la figura epica, eroica, che rappresenta il partigiano con il mitra è fuorviante e funzionale a chi vuole sminuire il significato della Resistenza che fu, purtroppo si deve ribadirlo ancora, una guerra per la liberazione dell'Italia da un terribile nemico invasore e non una guerra civile, fu lotta di liberazione di tutti per tutti, donne ed uomini. Per questo è importante la conoscenza anche di un solo un nome, della storia di una donna ‘resistente’, ed è importante dunque che si portino alla luce e si propongano ancora oggi intitolazioni di vie e piazze a donne antifasciste e resistenti, come sta facendo Toponomastica femminile con i progetti Partigiane in città, Largo alle costituenti e Una strada per Miriam, il primo per monitorare le intitolazioni in tutto il Paese, il secondo per dare riconoscimento e pari dignità alle protagoniste della Repubblica, il terzo per raccogliere le firme per  intitolare una via a Miriam Mafai, scomparsa nel 2012, al quale si è ‘purtroppo’ recentemente aggiunta la campagna per intitolare una strada a Rita Levi Montalcini. Dietro tutto questo c'è un patrimonio comune che non può e non deve essere dimenticato.
Dopo l'8 settembre del '43 donne operaie, casalinghe, contadine, studentesse, insegnanti, impiegate, intellettuali, artiste, di ogni età ed estrazione sociale, lavorano nella stampa e nella diffusione clandestina, danno vita ai Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti per la libertà, organizzano corsi di preparazione tecnica e politica, formano reti, vivono la consapevolezza della giusta causa, entrano in clandestinità, fanno le staffette, le partigiane, conquistano un'arma sul campo. Molte diventano comandanti di bande partigiane, come Valchiria Terradura che a 18 anni è a capo di una squadra di uomini, Medaglia d'Argento al valore militare, Croce al Merito di guerra, Croce di Cavaliere al Merito della Repubblica e grado di Sottotenente. Ma accanto alle partigiane famose, vi furono migliaia di donne che rischiavano la loro vita senza imbracciare un fucile, pur trovandosi spesso, ai posti di blocco o nelle loro case, di fronte quello dei tedeschi durante perquisizioni e retate. Erano loro a nascondere i clandestini, ad aiutare gli ebrei, a vestirli e curarli. Erano le donne impiegate alla posta ed adibite alla cernita della corrispondenza a nascondere le lettere che i delatori inviavano ai comandi tedeschi per denunciare gli antifascisti, e a costo della loro vita avvisavano gli interessati. E sono ancora una volta le donne a prendere parte attiva nell'organizzazione degli scioperi. Sono loro che in assenza degli uomini fanno la fila per il pane con la tessera annonaria, sono loro che lottano per la sopravvivenza dei loro cari e organizzano gli assalti ai depositi di derrate alimentari. Famoso è l'assalto ai forni delle dieci donne nel quartiere Ostiense di Roma, assassinate dai tedeschi e dai militari della PAI al Ponte dell’Industria o 'ponte di ferro' come amano chiamarlo i romani, dove solo nel 1997 è stata posta una lapide commemorativa, per iniziativa di Carla Capponi, partigiana dei GAP, Medaglia d’oro al valor militare e parlamentare. E sono ancora le donne a salvare i militari sbandati dai rastrellamenti, le contadine ad ospitarli e guidarli. A Roma, la tredicenne Gloria Chilanti, figlia di partigiani, entra in clandestinità e compila un diario (Bandiera rossa e borsa nera. La resistenza di una adolescente. - Mursia, 1998 e omonimo docufilm della Sacher diretto da Andrea Molaioli), come la sua coetanea Anna Frank. Nasconde civili, porta armi, messaggi, fa attraversare la città a antifascisti ricercati, fonda una organizzazione clandestina di ragazzi che incontra adulti e intellettuali. La sua storia non buca le coscienze e solo da pochi anni è conosciuta agli addetti ai lavori.

E allora mi viene in mente l’efficacia e il ruolo del cinema neorealista, primo fra tutti il film ‘Roma città aperta’, con il quale Roberto Rossellini nel 1945 fece conoscere a tutto il mondo il dramma dell’occupazione nazista a Roma. A ispirare la pellicola furono le vicende di Don Pietro Pappagallo (Aldo Fabrizi – Don Pietro), martire della Chiesa del XX secolo e Medaglia d’oro al merito civile, assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo del ’44 per aver aiutato la Resistenza, e di Teresa Gullace (Anna Magnani – Sora Pina), anche lei Medaglia d’oro al merito civile, assassinata dai nazisti il 3 marzo dello stesso anno per aver tentato di avvicinarsi e parlare al marito rinchiuso in una caserma a seguito di un rastrellamento. Il film non lo racconta, ma alla scena assistono due partigiane, la già ricordata Carla Capponi, e Marisa Musu Medaglia d’argento al valor militare. Vedendo l’uccisione della Gullace, Carla tira fuori la pistola ma viene contemporaneamente protetta dalle altre donne ed arrestata dai tedeschi. Marisa le toglie la pistola e le infila in tasca una tessera fascista che le salverà forse la vita. La scena di Pina che grida “Francesco” prima di essere mitragliata è entrata profondamente nel nostro patrimonio culturale, ma pochi conoscono la storia di Teresa, ricordata in una targa in Viale Giulio Cesare a Roma. Una targa non serve solo a ricordare una persona e a commemorarla, ma a trasmettere e condividere valori positivi, proprio come un film o un libro.
A via Tasso a Roma, tra il settembre del ‘43 e il giugno del ‘44 finirono rinchiuse e torturate 122 donne ma nessuna di loro parlò o tradì i compagni. Il silenzio di quelle donne fu una delle armi più efficaci contro la macchina di morte nazifascista. Quello delle donne era un esercito solidale, silenzioso, senza divisa e senza gradi, un esercito di volontarie della libertà che restituirono senso e valore al ruolo della donna nella società dopo anni di dittatura fascista che le aveva relegate a ruoli secondari in ogni ambito della vita sociale.
Durante la guerra e l’occupazione molte donne furono impiegate in lavori maschili mentre gli uomini erano al fronte, svolgendo i loro ruoli spesso meglio dei maschi. Le storie delle donne che in vario modo partecipano alla Resistenza sono storie eterogenee di donne che trovano però motivazioni ideali comuni che le conducono a scelte coraggiose ed orgogliose, mai scontate o rinnegate. All’inizio è anche la guerra privata di donne che smettono improvvisamente di sentirsi solo madri o figlie, che decidono di lottare non solo contro l’occupante tedesco o i fascisti di Salò, ma per liberare se stesse dai pregiudizi morali e dalle discriminazioni imposte dalla cultura maschile. La Resistenza, delle donne e degli uomini dunque, è nata come spinta a difendersi da una condizione sociale e dalla dittatura e dagli orrori trasformandosi in una reazione attiva e in una volontà di costruire qualcosa di nuovo, al di là della conquista della libertà.
Troppe donne non sono state riconosciute patriote o partigiane e dei loro nomi e coraggio si è persa memoria. Occorre ricordare allora anche il loro contributo di sangue. Di 460.933 qualifiche partigiane riconosciute, circa 53.000 furono assegnate a donne, solo l’11,5%. Le donne partigiane combattenti furono 35 mila, 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna. Furono 4.653 le arrestate e torturate, oltre 2.750 vennero deportate in Germania, 2.812 fucilate o impiccate, 1.070 caddero in combattimento, 19 vennero decorate di Medaglia d'oro al valor militare, 54 con la medaglia d’Argento, 167 con Medaglia di Bronzo. Le donne dunque hanno partecipato a testa alta alla Resistenza ed hanno contribuito al riscatto morale e civile di tutta la società.
E’ per valorizzare tutto questo che l’Anpi, aprendo le porte all’associazione dal 2006 a tutti gli antifascisti, pone una profonda attenzione alla formazione delle nuove generazioni affinché possano essere preparate al passaggio generazionale e diventare vigili custodi di una memoria che non è solo ricordo, ma riguarda la storia e il futuro dell’intero Paese.
Duccio Pedercini
presidente sez. ANPI “Martiri de La Storta” - Roma

Il presente articolo, riveduto ed ampliato, è una nuova versione del testo pubblicato in “Sulle vie della parità. Atti del 1º Convegno di toponomastica femminile (Roma, 6-7 ottobre 2012)”, curato da Maria Pia Ercolini, Ed. Universitalia.

www.storiaxxisecolo.it

LA GLOBALIZZAZIONE

Globalizzazione

I tempiLa prospettiva di unificare il mondo intorno ai valori del consumo e su un sistema molto aperto di scambio diventa straordinariamente plausibile in seguito alla crisi del 1973[1] e, in misura addirittura esponenziale, con il crollo dei paesi comunisti legati all’Unione Sovietica tra il 1989 e il 1991.
I personaggi. Senza scomodare il “padre nobile” Adam Smith – ideatore di un laissez-faire motivato da ragioni etiche e filosofiche – la globalizzazione deve gran parte della propria fisionomia a Friedrich von Hayek e soprattutto al suo celebre allievo Milton Friedman. Economista di fama mondiale, vincitore del premio nobel nel 1976, Friedman, si ritagliò un ruolo come anti-Keynes negli anni Cinquanta, sostenendo l’abbandono da parte dello stato di qualunque tipo di intervento. Le sue idee e quelle dei suoi allievi – conosciuta come “la Scuola di Chicago” – influenzarono pesantemente, ai primi anni Ottanta, l’azione politica di Margaret Thatcher (Gran Bretagna) e di Ronald Reagan (Stati Uniti).
Specialmente negli ultimi anni le politiche neoliberiste si sono imposte in ogni angolo del pianeta attraverso un meccanismo quasi a-politico, che assume una forma impersonale e tecnicistica, tale da rendere praticamente invisibili i responsabili delle decisioni economiche.
Con il varo di ambiziosi “piani strutturali” e “programmi di sviluppo” le grandi organizzazioni sopranazionali – teoricamente neutrali ma in realtà ideologicamente orientate – impongono la politica neoliberista a quanti paesi è possibile. Di fatto i governi eletti, e quindi la politica, sono caduti in secondo piano; cedendo parte di sovranità a istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM), l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo (OCSE). Nel caso italiano anche UE e Banca Centrale Europea.
Lo sviluppo economicoArchitrave dell’intera teoria neoliberista è la crescita ininterrotta del Pil. Il Pil è la misura sintetica della crescita della ricchezza prodotta da uno stato nell’arco di un anno. Il vero indice di riferimento però è il Pil pro capite, ovvero la ricchezza complessiva divisa per il numero degli abitanti. 
Negli ultimi cinquanta anni è un dato rilevato con sistematicità; per i secoli precedenti vengono fatte delle proiezioni.[2]
Per stabilire il valore della moneta, e quindi la forza relativa nel mercato internazionale di uno stato, entrano in gioco molti fattori, tra cui la crescita del Pil. Quando il Pil diminuisce abbiamo la recessione, quando rallenta i dati di crescita abbiamo la crisi. Il dato sul lungo periodo mostra un andamento a onde: fasi di crescita con fasi di rallentamento, o recessione.
Purtroppo per gli economisti queste oscillazioni non sono prevedibili, né determinabili: qualunque teoria finora elaborata può essere smentita da casi esemplari; allo stesso modo qualunque teoria può essere avvalorata da precedenti storici. 
Le varie “ricette” offerte ai paesi in via di sviluppo o in crisi economica non rispondono pertanto mai a criteri certi di causa-effetto (abbasso le tasse = rilancio economico), viceversa sono applicazioni empiriche dall’esito incerto.
StoriaA metà ottocento il sistema internazionale si basava su negoziazioni continue tra le monarchie europee. Era il “sistema di equilibrio tra potenze” Francia, Gran Bretagna, Austria, Russia – più tardi Germania e Italia.
Il problema strutturale di questo sistema risiedeva nella possibilità di uno stato di diventare decisamente più forte economicamente e militarmente degli altri. In quel caso il sistema sarebbe saltato. E infatti quando la Germania diventò troppo forte, saltò. Siamo nel 1914.
Sottotraccia era già avvenuto un fatto decisivo per le sorti del pianeta. Gli Stati Uniti avevano completato una rincorsa straordinaria, superando per Pil assoluto la Gran Bretagna nel 1902. Ma non è solo questo. Gli Stati Uniti pensano già ad un mondo globalizzato: unito cioè intorno ai valori del commercio e dello scambio. 
Mentre l’Europa è ancora ferma all’idea di espandere il sistema di equilibrio a tutto il mondo[3] gli Stati Uniti auspicano una leadership bianca, cristiana e occidentale che influisca sull’intero globo non attraverso l’esercito e la guerra ma grazie ad un sistema di commercio internazionale gestito da sovrastrutture efficaci. Dall’America del Nord giungono nuove parole: “civilizzazione” (tecnologia+democrazia), “internazionalizzazione”, “ampliamento dei scambi commerciali”.
La prima guerra mondiale rappresenta il fallimento del sistema di equilibrio. Germania, Russia, Francia e Gran Bretagna sentono la competizione tra le nazioni come un gioco a somma zero. La mediazione non riesce perché la logica è quella dell’aut aut, cioè dell’annientamento dell’avversario. 
Nel dopoguerra gli Stati Uniti tentarono di far passare la propria visione. 
La Società delle Nazioni, creazione del Presidente Usa Wilson, aveva tre obiettivi: primo garantire il libero mercato, secondo riconoscere le sovranità democratiche (come le neonate Ungheria e Cecoslovacchia), terzo garantire un sistema di pace tra le nazioni.
Viene introdotto un concetto nuovo: la sicurezza è garantita dal sistema internazionale. Anche la sicurezza nazionale è legata alla sicurezza internazionale: le due cose non sono più scindibili.
NB Non è solo sicurezza militare. È anche e soprattutto sicurezza economica, ovvero la garanzia di mantenere un sistema di scambi internazionale favorevole allo sviluppo degli Stati Uniti.La Società delle Nazioni e il nuovo sistema internazionale naufraga prima ancora di iniziare la navigazione. Il Congresso Usa boccia l’iniziativa del Presidente votando per non entrare nella SDN e abbracciando una linea di politica estera di disimpegno totale (conosciuta nelle fonti storiche come “isolazionismo”). 
Senza il suo sponsor più importante il sistema post Versailles non sta in piedi; barcolla per un po’ e, al primo strappo violento (la crisi finanziaria del ’29-’33), crolla. Le economie si chiudono in un protezionismo che accentua le difficoltà. 
A fine anni ’30 Germania, Giappone e Italia avanzano ipotesi di un nuovo ordine mondiale e di un nuovo sistema, alternativo sia al liberalismo americano sia alla politica di equilibrio europea: un sistema di economie centralizzate (mantenendo il capitalismo e le proprietà private) gestite da stati-imperi che sfruttano allo stremo le risorse dei territori e dei popoli sottomessi con la forza militare. La competizione sarebbe rimasta tra questi grandi blocchi, probabilmente fino alla resa dei conti tra i più forti.
Per gli Stati Uniti l’ascesa di Hitler si rivelò molto più pericolosa della sopravvivenza dell’Urss. Infatti mentre Stalin si accontentava di gestire i confini dell’impero sovietico, sottraendo un paese povero al commercio mondiale, Hitler aveva l’obiettivo di distruggere il sistema di scambio internazionale (l’antisemitismo, con il suo attacco alla finanza internazionale gestita in buona parte da ebrei, rispondeva bene a questa esigenza). Se Germania e Giappone fossero riuscite a sottomettere l’Europa e l’Asia allora:
1. sarebbe finito il sistema economico basato sul commercio internazionale
2. ci sarebbe stata la crisi degli Stati Uniti, la cui ricchezza è basata sullo scambio internazionale<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
3. anche per gli Usa sarebbero stati obbligati ad andare verso una politica statalista, centralizzata, militarista, in parte antidemocratica, in preparazione ad una probabile guerra.
C’è da dire che nel ’39–’40 questa prospettiva era tutt’altro che remota.
La contrapposizione tra i due mondi diviene esplicita durante i cinque anni di guerra; e queste idee confluiscono in un progetto di ricostruzione molto articolato e molto più solido di quello messo in piedi al termine del primo conflitto mondiale. Fulcro del nuovo sistema mondiale sarà la l’economia statunitense: l’unica superpotenza economica emersa dalle macerie della guerra.
(L’Urss si dimostrò una superpotenza militare, ma certamente la sua ricchezza non era paragonabile a quella americana).

Quale sistema?
Il nocciolo culturale è lo stesso di Wilson: democrazia + libero commercio. In questo caso però il sistema è molto più complesso e molto più efficace.
ONU – garantisce la sovranità dei paesi. Partecipano tutti gli stati ma in cinque hanno diritto di veto: Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia e Cina.
Bretton Woods – cittadina americana in cui viene trovato l’accordo per fissare la convertibilità delle monete con il dollaro Usa. I protocolli collegati dovevano dare stabilità finanziaria alla ricostruzione economica. Sono istituite le grandi organizzazioni sopranazionali, FMI e BM, per evitare il ripetersi di crisi economiche potenzialmente distruttive del sistema. Rimettere i capitali dove il ciclo economico o la congiuntura o qualunque altro motivo lo rendevano necessario: questo era l’obiettivo delle istituzioni finanziarie. 
Furono inoltre varati ambiziosi programmi di prestiti (il più celebre è il Piano Marshall): una valanga di aiuti a condizioni vantaggiosissime (in parte a fondo perduto) per far ripartire in fretta l’economia nei paesi europei.
Infine la politica economica adottata fu quella ispirata da Keynes: intervento statale forte a sostegno della economia di mercato e del progresso sociale della popolazione (welfare state, istruzione, formazione, sostegno all’occupazione).
Il sistema funzionò. Gli anni tra il 1950 e il 1970 sono l’età dell’oro dell’occidente. La piena occupazione consentì una crescita in termini di Pil mai più avvicinata (il dato per l’Europa meridionale nel suo complesso è del 4.8%); il cambio fisso col dollaro e la rigidità salariale si sposò con un sistema commerciale regolato ma aperto; il welfare e la partecipazione democratica era in continua espansione. Lentamente anche i rapporti di disuguaglianza cominciarono ad essere toccati. La guerra fredda catalizzava l’attenzione politica, ma in termini economici non creava problemi. Certo il mondo sovietico rompeva l’idea “globale” del sistema, ma non ne inficiava il funzionamento. A guastare le cose giunse la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, il collasso dell’economia pianificata comunista e l’affermazione delle idee neoliberiste.
Il neoliberismo
Secondo Giovanni Gozzini la fortuna del termine globalizzazione si trova “nel ciclo lungo della cultura occidentale: quello che a partire dagli anni Ottanta, ha visto l’affermarsi di un filone di pensiero neoliberista, individualista, antistatalista, proteso ad affermare su scala globale il valore del mercato come arena della competizione e quindi come strumento demiurgico di efficienza”.
La globalizzazione liberista – scrive Ignacio Ramonet nell’introduzione all’Atlante del mondo del 2002 – costituisce la caratteristica principale del mondo contemporaneo. Seguiranno alcuni approfondimenti – inesorabilmente parziali e non esaurienti – per fornire quel minimo di conoscenze necessarie per orientarsi in questa sezione di soria di grande rilevanza. Ancora Ramonet sottolinea il fatto che i rapidi cambiamenti intercorsi negli ultimi anni (e ancora in atto) rendono obsoleti i punti di riferimento; “categorie politiche e sociologiche rimaste solide per due secoli sono crollate. La cassetta degli strumenti concettuali di cui ci eravamo a lungo serviti per comprendere e spiegare l’evoluzione delle cose si è improvvisamente rivelata inadeguata, sprovvista di nuovi strumenti in grado di misurare i cambiamenti in corso”. 
Questi cambiamenti sono appunto l’insieme di fenomeni che derivano o si legano al neoliberismo guidato da Washington: preminenza della sfera economica su quella politica; peso della finanza internazionale nello stato di salute delle economie nazionali; cultura di massa globale consumista e individualista; precarizzazione dei rapporti sociali e di lavoro; degrado ambientale; flussi migratori di massa; distruzione della biodiversità; espansione delle multinazionali; esplosione della disuguaglianza nord-sud; sviluppo di reti mafiose, proliferazione di paradisi fiscali; moltiplicazione delle guerre e del terrorismo; controllo dei canali informativi tramite pubblicità, tv, internet, telefonia.
[1] Nel 1973 la crisi petrolifera e l’abbandono del dollaro come moneta riferimento creano una rottura del sistema messo in piedi all’indomani della guerra. Vedi accordi di Bretton Woods.
[2] Una parentesi interessante di queste serie di dati ci viene fornita dal confronto tra i paesi occidentali/europei e i paesi dell’estremo oriente (Cina e India). La separazione tra i due mondi è avvenuta in conseguenza all’apertura del commercio internazionale (‘500) o in conseguenza della rivoluzione industriale (‘800)? Ebbene non sono state le leggi del libero commercio a rendere più ricchi i popoli europei bensì la scienza e la tecnica: fino al settecento Cina e Europa avevano parametri di Pil simili. Chiusa parentesi. 
[3] All’inizio del 900 ci sono solo 40 stati. Il resto sono territori occupati come colonie oppure gestiti da Principati, Califfati, tribù eccetera, composti cioè da popolazioni che non si riconoscevano in stati nazionali.
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IL NEOLIBERISMO CHE HA MESSO IN GINOCCHIO IL MONDO

Friedman vs Keynes

Il neoliberismo è una costola del capitolo globalizzazione, incredibilmente sottovalutata nella storia contemporanea. Nei libri di storia, specialmente nei manuali scolastici, la questione è trattata en passant riferendosi a Ronald Reagan e Margaret Thatcher: i leader conservatori che ai primi anni ottanta hanno introdotto, in politica interna, radicali riforme in senso liberista. In realtà i protagonisti di questa storia, dalle radici profonde e dagli effetti globali, sono molti di più, anche se meno “popolari”.
Friederich von Heyek[1] e Milton Friedman[2] per esempio. I guru ideologici di questa dottrina economica. Oppure John Maynard Keynes, il padre fondatore della politica di intervento statale coordinata su scala mondiale che ha dominato la scena della ricostruzione del dopoguerra. Ma anche Augusto Pinochet, il dittatore cileno che l’11 settembre 1973 prese il potere con un golpe sanguinoso, così come fecero pochi anni dopo i generali argentini e i militari in Brasile. La lista può contare anche volti noti per la politica come Boris Eltisn, Carlos Menem e Donald Rumsfield, fino ad arrivare a esponenti dei vertici delle istituzioni finanziarie sovranazionali (BM, FMI, WTO) decisamente sconosciuti per l’opinione pubblica, come Jeffrey Sachs e John Williamson.
Tutto iniziò nel XVIII secolo con Adam Smith[3] e la sua teoria della “mano invisibile”; David Ricardo formulò la teoria del libero scambio partendo dalla condizione dell’Inghilterra della prima rivoluzione industriale: un paese dominante nel mondo, all’avanguardia tecnologicamente e con un vasto impero coloniale da sfruttare. Su quella base teorica furono abolite le corn laws (dazi doganali a protezione del grano britannico) e propugnato il laissez-faire (nessuna ingerenza dello stato nell’economia e nella società) come ricetta universalmente valida per lo sviluppo industriale. La coincidenza con il progresso politico - Usa e Gb erano le democrazie più avanzate - indusse intellettuali, studiosi, politici e osservatori a utilizzare come logico e consequenziale il connubio tra libertà di mercato e libertà individuale. Malgrado la crisi di fine Ottocento e i primi interventi dello stato in economia e nella società, ancora tra le guerre il laissez faire appariva come il “modello” di riferimento.
Fu la crisi del 1929 e la grande depressione che seguì (“Great Slam”) a porre in agenda una modo diverso di gestire le economie su grande scala, per armonizzare al meglio lo sviluppo interno di uno stato, i commerci internazionali e il valore delle monete che, in estrema sintesi, determina la capacità delle varie nazioni di scambiare ricchezza.
Pioniere di un’altra economia possibile fu il britannico John Maynard Keynes con il fondamentale testo The General Theory of Employment, Interest and Money (1936). L’esperienza politica della socialdemocrazia svedese stava già elaborando piani di profonda integrazione tra libero mercato e azione socio-economica dello stato; il crollo dell’economia americana del 1929 segnò la fine della fiducia nel sistema del libero scambio e la nuova amministrazione di Frank Delano Roosevelt ideò il “New Deal”. Il “nuovo corso” significò grande impegno da parte dello stato per promuovere lavori pubblici, mettere a punto piani di assistenza sociale, sviluppare politiche economiche orientate al progresso in tutti gli aspetti per l’intera popolazione. L’obiettivo fu sostenuto da una prassi, da un metodo di lavoro che ancora oggi illumina gli occhi di chi lo ha vissuto: “Quando Sachs parla con tono appassionato di “lavoro serio”, evoca i giorni del New Deal, della Grande società e del Piano Marshall, quando i giovani laureati dell’Ivy League sedevano attorno a tavoli di quercia a Washington, in maniche di camicia, circondati da tazze di caffè vuote e documenti, impegnati in lunghi e accaniti dibattiti sui tassi di interesse e il prezzo del grano. È così che agivano gli strateghi politici ai tempi d’oro del keynesianesimo (…). [4]
Le macerie della seconda guerra mondiale offrirono l’occasione per ricostruire su basi nuove. Sancito il fallimento del sistema di laissez-faire e con la necessità di contrastare l’espansione del movimento comunista guidato dall’Urss, tutto l’occidente abbracciò politiche di ispirazione keynesiana.
Non è vero che dalla storia non si impara. A differenza del 1919 gli Stati Uniti furono in prima linea per la ricostruzione: promossero e accolsero la sede ONU (a New York), vararono il Piano Marshall per sostenere le economie di ricostruzione dell’Europa occidentale, concordarono a Bretton Woods (cittadina americana nello stato del New Hampshire) un sistema finanziario basato sul cambio fisso con il dollaro e l’istituzione di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale: tutte misure prese esplicitamente per aiutare lo sviluppo dei paesi poveri e per evitare crisi economiche devastanti.
La storia del neo-liberismo nasce come opposizione al meanstream degli anni d’oro ’50 -‘70, che era, come abbiamo visto, profondamente ispirato alle teorie economiche di Keynes. Malgrado la crescita record delle economie una piccola cerchia di professori e studenti sviluppò una nuova dottrina anti-keynes. Il centro di questa corrente di pensiero fu l’Università di Chicago e il grande ideologo fu l’economista di scuola austriaca Friederich von Heydek. Le sue lezioni propugnavano un mondo ideale totalmente regolato dalle leggi economiche, senza interferenze da parte dello stato. Un mondo ovviamente irreale; nella realtà invece milioni di persone in Europa e in America, negli anni ’50 poterono curarsi gratuitamente, percepire reddito anche in situazioni di malattia, infortunio, ferie, disoccupazione; accedere a una pensione di anzianità; usufruire di strutture decenti per l’istruzione, l’assistenza all’infanzia; usufruire di efficienti sistemi di trasporto ferroviario, strade nuove e scorrevoli, quartieri finalmente vivibili…eccetera eccetera. Le economie “aiutate” dai capitali statali, spesso da aziende nazionalizzate, fornivano servizi essenziali a prezzi irrisori: luce, acqua, gas diventarono comuni nelle abitazioni delle principali cittadine dei paesi industrializzati. Tutti gli indici economici e sociali segnavano progressi più o meno sensibili. La ricchezza complessiva aumentava e – in parte – questa crescita era condivisa dall’intera popolazione.
Il quadro è certo complesso e molto si potrà dire delle deficienze dell’età compresa tra i ’50 e i ’70. Resta il dato di fatto che nessun altro periodo nella storia dell’umanità abbia conosciuto un progresso così forte per un numero così ampio di persone. Ovunque, il grande balzo in avanti da un sistema semi-feudale a una società industriale, è avvenuta con l’impegno dello stato, sia nella forma mista (keynesiana) che nella forma a pianificazione totale tipica delle società comuniste.
Il dipartimento di Chicago diventò “Scuola di Chiacago” grazie a un allievo di Heyek particolarmente carismatico e fortemente deciso a scuotere le fondamenta della teoria economica: Milton Friedman.
In cosa consiste questa nuova dottrina? Consiste nella riproposizione del liberismo puro, un “nuovo liberismo” – il neoliberismo appunto - dopo quello visto a inizio Ottocento. Un’ideologia costruita intorno ad un fine e ad un mezzo e con una premessa.
La premessa è la “visione” di un mondo ideale in cui domanda, inflazione, disoccupazione funzionano alla stregua di forze naturali. Il mercato - visto come un ecosistema in grado di l’autoregolarsi - avrebbe dato vita all’esatto numero di prodotti al prezzo esattamente adeguato, realizzati da lavoratori che percepivano salari perfettamente sufficienti a comprare quei prodotti: un mondo perfetto di piena occupazione, creatività e, soprattutto, crescita perpetua.
Questa “visione” rende la dottrina economica più una ideologia che un modello scientifico con qualche evidenza storica. Una caratteristica importante perché altrimenti non sarebbe comprensibile il fondamentalismo con cui è stata portata avanti da poche centinaia di economisti e tecnocrati, di grande e crescente influenza.
Il fine è quello di promuovere a tutti i livelli (diffondere il credo forse si addice meglio) una presunta scientificità nell’assioma per cui se gli individui agiscono secondo i propri egoistici interessi, creano benefici massimi per tutti. Se qualcosa va storto – inflazione sale, la crescita diminuisce – l’unica spiegazione è che il mercato non è abbastanza libero. La soluzione, ovvero i mezzi per creare la società perfetta, è un’applicazione più rigida e più completa delle norme fondamentali.
Al di là delle teorie la ricetta di Friedman è indicata nel suo Capitalismo e libertà e rappresenta la mappa di riferimento per le politiche che hanno dominato il mondo dagli anni ’80 a oggi.
La ricetta di Friedman
1)   Deregulation.
Riprendendo la teoria di Ricardo sull’abolizione dei dazi doganali, e più in generale delle tasse protezionistiche, viene auspicato l’annullamento di tutte quelle regole e norme che limitano l’accumulazione del profitto.
2)   Privatizzazione.
È la pietra angolare del neoliberismo. Partendo dal dogma della maggiore efficienza dei privati rispetto  al pubblico, viene auspicato la sostituzione dei servizi pubblici con servizi privati e privatizzati. Friedman proponeva la privatizzazione della Sanità, delle Poste, della Scuola, delle Pensioni e dei Parchi Nazionali.
3)   Riduzione spese sociali.
Per ripulire l’economia inquinata dall’attività dello stato occorre ridurre drasticamente le spese sociali. Tagliare i fondi per il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria, il salario di disoccupazione eccetera.
Friedman insisteva molto sulla riduzione delle tasse; devono essere basse e con tassazione fissa indipendente dal reddito.
(Questa misura sarebbe servita, in seguito, da cavallo di troia per ottenere consenso politico anche nelle fasce sociali pesantemente danneggiate da tale provvedimento).

La ricetta, che passerà all’opinione pubblica come neoliberista, era presentata da Friedman e i suoi seguaci come una vera e propria “scienza esatta”. Qui sta il clamoroso successo di una pratica economica disastrosa a qualunque verifica empirica: presentare con l’aurea della “imparzialità scientifica” modelli matematici del tutto privi di coerenza con la realtà, ma di straordinario beneficio per i settori più dinamici della finanza e della imprenditorialità mondiale. Argomentazioni improponibili per manager e politici, apparivano in tutt’altra veste se presentati da un matematico e brillante oratore come Milton Friedman. La possibilità di contrastare le politiche keynesiane con posizioni pseudo-accademiche portò alla Scuola di Chicago, a partire dagli anni Sessanta, donazioni a valanga e grandi opportunità di propaganda (certamente sproporzionati in confronto al numero dei suoi esponenti).
Per capire l’aria nuova che circolava nell’ambiente basti ricordare che il premio nobel per l’economia andò nel 1974 a Heyek e nel 1976 a Friedman.
Messa a punto la teoria e innescato il circolo virtuoso del finanziamento, occorreva trovare l’occasione adatta per applicare finalmente i modelli matematici alla realtà economica e avviare così la controrivoluzione anti-keynes.
N.B. La retorica del liberismo utilizzò spesso la propaganda anticomunista, ma il vero nemico era il keynesismo, ovvero il sistema misto. Gli Stati Uniti non erano ancora usciti dal sistema del New Deal, l’Europa sembrava avviata verso un modello socialdemocratico, mentre buona parte del mondo in via di sviluppo stava abbracciando sistemi misti regolati dallo stato. Il neoliberismo è nato e si è diffuso per contrastare tutto questo.
Esattamente come il marxismo, il neoliberismo appariva una ideologia tanto accattivante quanto irrealizzabile (a prezzo, per entrambi, di tragici effetti collaterali); l’utopia degli imprenditori al posto dell’utopia dei lavoratori; il mercato perfetto anziché lo stato proletario; per entrambi felicità universale e soluzione di tutti i problemi.

[1] The Road of Serfdom, 1944 - The pure Theory of Capital, 1941 - Regole e ordine, 1973.
[2] Milton Friedman, Capitalismo e libertà, 1962.
[3] Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, 1778.
[4] Naomi Klein, Shock Economy, Rizzoli, 2007, p.285.
www.storiacontemporanea.eu

I SEGRETI DELLA BATTAGLIA DI MIDWAY ... IN INGLESE PER I MIEI FOLLOWERS OLTREOCEANO

From June 4 to 7, 1942, the U.S. Navy ambushed and then devastated a Japanese strike force near Midway Island. Tokyo’s plan to occupy the Hawaiian Islands had relied on seizing that tiny atoll halfway between Asia and North America. On June 7, six months to the day after Pearl Harbor, a front-page report in the Chicago Tribune hinted at the astonishing secret that enabled the American victory — a rout from which the Imperial Japanese Navy never fully recovered.
da  del 21 novembre 2014
The scoop said the U.S. had known when the Japanese convoy would sail where, with what assets: four aircraft carriers, two battleships and an armada of support vessels. Savvy readers knew that the dozen paragraphs of intricate details had to mean Washington had cracked Japan’s secret naval code. But Tribune war correspondent Stanley Johnston’s article didn’t explicitly state that fact, or explain how he knew of it.
The response was ferocious. President Franklin D. Roosevelt’s instinct was to have Marines occupy Tribune Tower. Navy Secretary Frank Knox insisted that U.S. Attorney General Francis Biddle prosecute Tribune journalists for hurting national security. Documents released in 2013 show U.S. Solicitor General Oscar Cox arguing that while “it is hard to believe that any judge or jury would take a sympathetic view of (Johnston’s) case,” the government would have trouble proving that Johnston intended to aid Japan and thus should be executed.
But Roosevelt, who despised conservative Tribune publisher Col. Robert R. McCormick, also squeezed Biddle. So on Aug. 7, 1942, a special prosecutor said he would empanel a federal grand jury in Chicago to pursue Johnston, managing editor J. Loy Maloney and the Tribune itself. The grand jurors eventually decided not to indict. And for 72 years, the secret testimony of some 13 witnesses — naval officers and editors from the Tribune and two other papers that ran its story — has remained sealed.
On Tuesday, though, a coalition of American and naval history groups and the national Reporters Committee for Freedom of the Press petitioned the U.S. District Court in Chicago to unseal the transcripts, evidently stored at a National Archives repository in College Park, Md.
We customarily don’t tell judges how to rule. But the 50-page filing makes a strong case for breaching grand jury secrecy in what the petitioners call “the first and, to date, only attempt by the U.S. government to prosecute a member of the mainstream press for alleged violations of the Espionage Act of 1917.”
Grand jury testimony is secret but, especially as the need for confidentiality recedes, not sacrosanct: Courts have unsealed proceedings in such historically significant cases as those of Richard M. Nixon’s Watergate debacle, accused Soviet spy Alger Hiss, executed “atomic spies” Julius and Ethel Rosenberg, and Teamsters boss Jimmy Hoffa. Disclosures typically occur when the principals are dead, privacy issues are moot, and so are such concerns as national security.
This case appears to meet all the criteria for unsealing that other courts have used. The last witness whose identity is known died 17 years ago, and a current judge could order minimal redaction of any lingering threat to privacy.
Opening this testimony could explain how Johnston learned one of this nation’s most valuable secrets, how perilous the Navy thought the leak was, and why the investigation halted; the filing alludes to the possibility that the Navy didn’t want to tell grand jurors about its codebreaking coup. Another question: Did Roosevelt’s administration seek an indictment to punish the Tribune for editorials or articles that had cast doubt on U.S. defense policy?
Many historians think Johnston got the scoop through intentional or inadvertent help from Morton Seligman, a U.S. Navy commander. A month earlier, during the Battle of the Coral Sea, Johnston had raced below deck to rescue badly burned sailors on Seligman’s sinking carrier, the USS Lexington. That June 7, as the Navy’s furious commander in chief Adm. Ernest King absorbed the Tribune’s Midway report, he had on his desk a draft citation honoring Johnston for his heroism on the Lexington.
By that night, King’s censors revised their rules to prohibit news stories about enemy movements — a tacit confession that the Tribune hadn’t broken any laws or rules. Initially, Tribune editors said the story’s details had stemmed from Johnston’s vast knowledge of Japan’s navy.
But there’s more here than mystery. “The Tribune case speaks directly to a fundamental tension at the core of our democracy, involving the public’s right to know and the government’s duty to protect its citizens in time of war,” the filing states, alluding to disputes that resonate today: what the government gains by prosecuting journalists, what the nation loses when reporters are compelled to identify their sources — and what are the responsibilities of the government, and the press, to protect secrets.
In writing before about this case, we’ve noted that our predecessors knew what it was to have the full force of the federal government, from the White House on down, try to punish this news organization for publishing information it held, in a manner that did no harm. The Tribune’s initial response to word that the feds would convene a grand jury: “We have said and proved that we cannot be intimidated and now, once again, we are going to prove it.”
That one of the most crucial press freedom cases in this nation’s history emerged from one of its greatest naval victories should encourage federal judges here to carefully consider this petition. Citizens who wrestle with issues of liberty and security would have a more thoughtful tomorrow if they better understood what happened yesterday.
Many documents from this case have become public. Those likely to be the most sensitive remain secret in that Maryland repository: Enclosures to Serials 1 through 11 for File Number 146-7-23-25.
Will Chicago judges break that code?

LA STRAGE DI BOLOGNA

“The young neo-fascists must be innocent”, “I giovani neo-fascisti devono essere innocenti”. Si chiude così, con un riferimento ai due condannati per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, la lettera del terrorista Carlos indirizzata all’avvocato Gabriele Bordoni lo scorso agosto e ora acquisita dal giudice. E lo stesso Bordoni martedì 16 dicembre ha consegnato quella lettera manoscritta, che indica i responsabili dell’esplosione in “Gladio” e nell’“intelligence militare statunitense”, al giudice per le indagini preliminari Bruno Giangiacomo. Il gip di Bologna a giorni deciderà infatti sulla richiesta di archiviazione presentata lo scorso 30 luglio dal sostituto procuratore Enrico Cieri che per anni, assieme al procuratore capo Roberto Alfonso, ha indagato sulla cosiddetta pista palestinese.
di David Marceddu da Il Fatto Quotidiano del 16 dicembre 2014 
Secondo questa teoria, scaturita una decina di anni fa da un dossier della commissione parlamentare Mithrokin, i colpevoli di quell’eccidio sarebbero stati da ricercare non nella destra neofascista, bensì nel terrorismo palestinese dell’epoca e tra uomini del gruppo del terrorista Carlos, che con i palestinesi del Fplp (Fronte popolare della Palestina) aveva collaborato a lungo. A innescare la rappresaglia contro l’Italia sarebbe stato l’arresto di Abu Anzeh Saleh, un importante terrorista del Fplp. Un arresto, quello di Saleh, che avrebbe infranto il (mai provato) lodo Moro: quello per cui l’Italia sarebbe stata risparmiata dagli attentati solo se si fosse dimostrata morbida con i militanti armati della causa della Palestina che agivano nella penisola. La presenza accertata a Bologna il 2 agosto 1980 di un ex terrorista tedesco di estrema sinistra, Thomas Kram, esperto di esplosivi e considerato vicino a Carlos (ma la circostanza è smentita dalle indagini della Procura), e la presenza (mai provata) di una terrorista polacca, Margot Crista Froelich, erano per i sostenitori della pista palestinese le prove che non ci fosse l’estrema destra dietro la bomba che uccise 85 persone e ne ferì 200, ma i terroristi arabi o filo-arabi. Una tesi che però, secondo il pm Cieri, non regge e non è suffragata da prove. Peraltro lo stesso Carlos interruppe la sua collaborazione coi terroristi del Fplp nel 1976, 4 anni prima del 2 agosto a Bologna. Per questo l’accusa di strage per cui erano indagati sia Kram che Froelich secondo la Procura va archiviata.
Eppure lo stesso Carlos, che non è mai stato indagato per la strage, ora torna a farsi sentire. Alcuni anni fa disse la sua sulla strage del 2 agosto, collegandola, ma in un certo senso ‘a rovescio’, alla pista palestinese: dietro la strage secondo la sua versione di allora ci sarebbe stata una reazione degli Stati Uniti e del Mossad, il servizio segreto israeliano. Motivo: la disponibilità che i governi italiani (con il lodo Moro) avrebbero dimostrato nei confronti dei palestinesi. Ora Carlos cambia il tiro e, riferendosi ai responsabili, parla della organizzazione segreta paramilitare che avrebbe dovuto ‘proteggere’ l’Italia da una eventuale invasione da parte del blocco sovietico: “Penso che la strage di Bologna sia di Gladio e dell’intelligence militare degli Stati Uniti”, scrive nella lettera all’avvocato Bordoni. Il pm Cieri, che in udienza ha chiesto la inammissibilità della lettera, nella sua richiesta di archiviazione aveva fortemente criticato la genuinità delle parole di Carlos su Bologna: “Il contributo informativo di Carlos (…) è apparso contraddittorio, grossolano, confuso e al fine irrilevante, in parte frutto non di proprie conoscenze dirette ma di notizie apprese”.
L’udienza davanti al Gip era stata fissata anche in seguito all’opposizione proprio dell’avvocato Bordoni, in rappresentanza degli eredi di Paolo Signorelli e dell’Associazione per la giustizia e il diritto Enzo Tortora Onlus. Signorelli, per decenni militante di estrema destra deceduto nel 2010, fu imputato nel processo per la strage, poi assolto dopo aver passato ingiustamente diversi anni in carcere. L’opposizione dell’avvocato Bordoni non è contro l’archiviazione degli ex terroristi, ma per chiedere che non sia abbandonata l’indagine e per approfondire “l’altra ipotesi investigativa proposta da Carlos”, che andrebbe, secondo il legale, nuovamente sentito.
Sempre in vista dell’udienza, una memoria è stata presentata al Gip dall’ex parlamentare di Alleanza nazionale Enzo Raisi, dal giudice Rosario Priore e dal giornalista Gabriele Paradisi. I tre, oltre a dirsi contrari all’archiviazione, chiedono tra l’altro di acquisire le carte sul rapimento dei giornalisti Italo Toni e Graziella De Palo, avvenuto in Libano nel settembre 1980. Tra le carte, a loro avviso, potrebbero esserci le prove del lodo Moro.

IL RITORNO DI HABLA CON SAMU

RITORNA HCS A PARLARVI DI STORIA, SCIENZA, CHIMICA, ECC.

UN ABBRACCIO A TUTTI E SEGUITE HABLA CON GIAN


LO SCHIAVISMO IN AMERICA

Finisce ufficialmente la deportazione degli schiavi in America. La legge, nota come la “riforma Jefferson”, vieta infatti la tratta degli esseri umani.